L'ltalia
preromana
Con il nome Italia, inizialmente veniva
indicata solo la Calabria; nel III sec. a.C. I'ltalia coincideva
con la parte a sud dei fiumi Magra e Rubicone; nel 49 a.C., divenuta
romana anche la Gallia Cisalpina, fu considerata Italia anche
il Nord, mentre Sicilia e Sardegna furono unite all'ltalia solo
nel III sec. d.C. con la riforma di Diocleziano.
La preistoria si protrasse in Italia più a lungo che nelle
zone orientali. I primi documenti di civiltà in possesso
degli storici risalgono al II millennio a.C.
La vera e propria età storica
vi ebbe inizio soltanto nell'VIII sec. a.C., ai tempi della colonizzazione
greca in Italia meridionale e della fioritura della civiltà
etrusca. Tra l'VIII e il IV sec. a.C. si stanziarono in Italia
anche popolazioni indoeuropee, ricordate come Italici.
Le colonie greche, intomo al Vl sec.
a.C., scatenarono feroci lotte per l'egemonia e furono poi oggetto
delle mire egemoniche dell'Atene di Pericle. La civiltà
etrusca fu indipendente per quattro secoli e sviluppò
una cultura di elevato livello, anche rielaborando gli apporti
della Grecia e dell'Oriente. La loro espansione li portò
a scontrarsi con i Greci e con i Romani a sud e con i Galli a
nord. Con progressive annessioni di citta, I'Etruria venne incorporata
nei possedimenti romani. Dalla preistoria all'VIII sec. a.C.
Le prime comunità umane in Italia
risalgono al tardo Paleolitico. Gradualmente si passò
dalla caccia e dalla raccolta alla coltivazione del terreno e
quindi a forme stabili di insediamento. Nella seconda metà
del III millennio a.C. si cominciò a lavorare il rame.
Agli inizi del II millennio a.C. si formarono
alcune civiltà al nord, intorno ai laghi lombardi verso
la metà del II millennio si diffuse la civiltà
detta delle "terramare", dai depositi di terre grasse
rinvenuti archeologicamente (terra marna, terra grassa), nelle
zone di Modena e Piacenza.
La civiltà più progredita,
la villanoviana, comparve alla fine del II millennio a.C.;
dalla zona di Bologna si spinse verso sud fino al Piceno, costruendo
villaggi di capanne. Dal XIV sec. a.C. si era diffusa una popolazione
di pastori semi nomadi, lungo la dorsale dell'Appennino centrale,
da cui il nome di civiltà "appenninica".
Iniziò poi la penetrazione di popolazioni indoeuropee
dell'Europa centro-orientale che spinsero a sud le popolazioni
già esistenti. Gli Italici si insediarono nella parte
centro-sud della penisola, costringendo i siculi a emigrare in
Sicilia.
Con il nome Italici i romani indicarono
poi le popolazioni non latine assoggettate nella penisola con
una serie di guerre che caratterizzarono la fase più antica
della loro storia. Durante le guerre puniche gli Italici si federarono
con Roma e, dopo la vittoria, parte di essi ebbe riconosciuta
la cittadinanza. Nell'VIII sec. a.C. Le principali popolazioni
in Italia erano così stanziate: Liguri e Veneti
a nord; Umbro-Sabelli e Latini al centro; Iapigi,
Lucani e Bruzi a sud; Siculi e Sicani
in Sicilia; Sardani e Liguri in Sardegna. In questo
periodo, mentre l'Italia meridionale veniva colonizzata dai Greci,
si sviluppava al centro-nord la civiltà etrusca.
Le
colonie della Magna Grecia
Come dimostrano i rinvenimenti di ceramiche
e altri materiali, i Greci frequentarono i porti italiani già
in età micenea (secc XVI-XI a.C.). Alla prima metà
del sec. VIII a.C. risale l'insediamento calcidese sull'isola
di Ischia che aprì la prima fase della colonizzazione
greca d'ltalia.
I Calcidesi fondarono poi Cuma, Napoli,
Reggio, Catania e Zancle; i Corinti fondarono Selinunte e Siracusa,
i Rodiensi Gela e Agrigento; gli Achei dell'Acaia Sibari, Metaponto
e Crotone, mentre Taranto fu l'unica colonia fondata da immigrati
spartani.
A partire dal sec. VI a.C. si scatenarono
tra le città feroci lotte per l'egemonia. Le tre città
achee distrussero verso l'inizio del secolo Siri, mentre fallì
il tentativo di Crotone di sottometterne l'alleata Locri. Attorno
al 510 a.C. ci fu uno scontro tra Sibari e Crotone; Sibari fu
rasa al suolo. Negli anni centrali del sec. V a.C., su iniziativa
degli Ateniesi, venne fondata sul sito dell'antica Sibari la
colonia di Turi, osteggiata dai Tarantini.
Negli ultimi anni del sec. V Crotone,
Turi (in quanto erede di Sibari), Caulonia e Metaponto si unirono
nella Lega italiota per difendersi dagli attacchi dei Lucani
e del tiranno di Siracusa Dionigi I; alla Lega aderì in
seguito anche Reggio, mentre Locri e Taranto furono dalla parte
del tiranno. Dionigi, nel 389 a.C., sconfisse l'esercito della
Lega espugnò e distrusse Reggio, ridusse la Lega sotto
il controllo di Taranto che, col procedere del sec. IV, dovette
più volte far ricorso a condottieri greci per difendersi
dalle popolazioni sabelliche e iapigie.
Dopo la parentesi del dominio tirannico
di Agatocle, nei primi anni del sec. III, Taranto chiese l'intervento
del re d'Epiro Pirro contro i Romani, a loro volta intervenuti
in aiuto di Turi contro i Lucani; risultato del conflitto (280-275
a.C.) fu la sottomissione della regione a Roma
In età arcaica la Magna
Grecia costituì una delle aree culturalmente più
vivaci del mondo greco: nel tardo VI secolo la conquista persiana
dell'Asia Minore produsse un movimento migratorio verso Occidente
che vi trapiantò un gran numero di filosofi, intellettuali
e artisti (tra i quali Pitagora e Senofane di Colofone), il fenomeno
contribuì al sorgere di scuole filosofiche (a Elea, con
Parmenide e Zenone) e mediche (a Crotone) di primissimo piano.
La Magna
Grecia svolse così un ruolo cruciale nella trasmissione
della cultura greca a Roma.
Gli
Etruschi
La civiltà etrusca fu il frutto
dell'innesto di elementi stranieri (attorno ai quali non si hanno
notizie certe) sulla preesistente cultura villanoviana, nell'area
compresa tra l'Arno e il Tevere. Essenzialmente urbana, si organizzò
in città-stato (Volterra, Fiesole, Arezzo, Cortona
Perugia, Chiusi, Todi, Orvieto, Veio, Tarquinia ecc.) che,
a scopi religiosi ed economici, diedero vita a una Lega formata
da dodici città (dodecapoli).
Ogni città era retta da re (detti
lucumoni) e magistrati eletti tra i membri della casta aristocratica.
Una prima fase espansiva (secc. VIII-VI a.C.) portò gli
Etruschi a contendere a Greci e Cartaginesi il controllo delle
rotte tirreniche e adriatiche e a estendere il proprio dominio
dalla pianura padana alla Campania, fondando centri come Bologna,
Mantova, Piacenza, Pesaro, Rimini, Ravenna, arrivando fino a
Roma, che la tradizione vuole governata da re etruschi dal 616
al 509 a.C.
L'autonomia di Roma e quindi la crescita
della sua potenza si intrecciarono con la decadenza etrusca,
acceleratasi dopo la sconfitta patita a Cuma nel 474 a.C. a opera
dei Greci di Siracusa. La Campania fu persa di lì a poco
per opera dei Sanniti e contemporaneamente i Galli dilagarono
nella pianura padana. A partire dalla distruzione di Veio (395
a.C.), entro il sec. III a.C. Roma si impossessò di tutta
l'Etruria.
La scarsità di notizie precise
attorno agli Etruschi deriva dal fatto che non hanno lasciato
una letteratura, la loro lingua (che utilizza un alfabeto assimilabile
a quello greco) è stata decifrata con l'aiuto di testi
brevissimi, perlopiù iscrizioni sepolcrali. A speciali
sacerdoti (gli aruspici, la fama dei quali rimase viva anche
in età romana) era affidato il compito di prevedere il
futuro e capire la volontà degli dei scrutando le viscere
degli animali sacrificati e analizzandone il fegato.
La centralità del culto dei morti
presso gli Etruschi è attestata dalle numerose necropoli
e tombe isolate disseminate in Toscana e nel Lazio: convinti
che il defunto conservasse l'individualità congiunta alle
proprie spoglie mortali, concepirono il sepolcro come un'abitazione
sotterranea, arredata con letti, tavoli, utensili e affrescata
da vivaci pitture.
La società era formata da nobili,
discendenti dei primi dominatori, e servi, discendenti delle
popolazioni preesistenti all'occupazione etrusca. Vi erano schiavi
adibiti ai lavori più pesanti, ma anche schiavi semiliberi
che, per i loro meriti, potevano condurre vita migliore e anche
elevarsi socialmente.
Le
origini di Roma: L'età dei re
Sulla nascita di Roma sono più
ricche di contenuto le leggende che non le conoscenze reali.
Lo storico Tito Livio racconta dello sbarco dell'eroe
omerico Enea,
scampato alla Guerra di Troia, con il figlio Iulo e alcuni
compagni.
Enea fondò
la città di Albalonga che, per otto secoli fu governata
dai suoi discendenti. I gemelli Romolo
e Remo, figli di Rea Silvia, la figlia del re Numitore,
e del dio Marte, scamparono alla persecuzione del perfido Amulio,
fratello di Numitore, che aveva usurpato il trono. Allevati da
una lupa e poi dal pastore Faustolo, diventati adulti, uccisero
Amulio e restituirono il trono al nonno. I fratelli decisero
di fondare una nuova città ma, mentre Romolo
ne tracciava i confini, Remo in segno di sfida saltò il
solco e Romolo
lo uccise. Era il 21 apr. 753 a.C., la data da cui si fa iniziare
la storia di Roma. Per popolare la città, la leggenda
narra che Romolo,
invitati i Sabini a una manifestazione di giochi, rapì
le loro donne. Il conflitto venne evitato in nome di una convivenza
pacifica.
Secondo le conoscenze storiche, invece,
l'agglomerazione degli antichi insediamenti sparsi sui colli,
specialmente attorno al Palatino (secoli IX e VIII a. C.), approdò
alla formazione di un impianto urbano nel sec. VII a. C. La monarchia
fu la forma di governo in auge fino al 509 a.C. La cacciata dell'ultimo
re, l'intervento successivo di Cumani e Latini, assieme alla
maturazione in ambienti aristocratici romani di un'avversione
verso l'istituto monarchico, portò alla sua abolizione
e alla nascita del regime repubblicano.
Tra l'VIII e il I sec. a.C., per motivi
di difesa dall'invasione etrusca, il villaggio del Palatino,
ingranditosi e sviluppatosi in età dall'invasione precedente,
si fuse con quelli vicini, Aventino, Esquilino, Celio, Viminale,
Quirinale, Capitolino.
Da questo processo di fusione (di cui
rimane il ricordo della festa religiosa del Septimontium,
a sottolineare anche il carattere religioso dell'unione), unito
all'arrivo di popolazioni sabine, si formò la città
di Roma. Secondo la tradizione, a Roma regnarono 7 re, fino al
509; probabilmente furono di più e quelli ricordati sono
solo i più importanti. I primi quattro avevano origine
latino-sabina, gli ultimi tre etrusca. Morto Romolo durante un
temporale (i Romani credettero in una sua ascesa al cielo e lo
adorarono col nome di Quirino).
A Numa
Pompilio vengono attribuite l'introduzione delle prime
istituzioni religiose, la riforma del calendario con l'anno di
12 mesi e 365 giorni e 1'occupazione della fortezza etrusca del
Gianicolo.
A Tullo
Ostilio sono legate le prime azioni militari, la conquista
di Albalonga, la vittoria dei tre fratelli romani, gli Orazi,
contro i tre fratelli albani, i Curiazi e l'espansione a danno
delle popolazioni confinanti.
Anco Marcio
conquistò Ostia e Roma ottenne l'accesso sul mare stabilento
contatti con Etruschi, Cartaginesi e Greci.
Tarquinio Prisco
fu il primo re di origine etrusca. Fece costruire il Circo
Massimo, il tempio di Giove Capitolino, la Cloaca
Maxima. In campo amministrativo aumentò il numero
dei senatori (da 100 a 200) permettendo l'accesso alla carica
anche per meriti personali e non più solo per nobiltà
di nascita.
Servio Tullio,
(secondo re etrusco)espanse ulteriormente il dominio verso sud;
emanò una nuova costituzione basata sul censo (i comizi
centuriati) e portò a 300 il numero dei senatori.
Tarquinio il superbo
(terzo re etrusco e ultimo re di Roma) fu un re dispotico e crudele,
sospese le costituzioni e governò arbitrariamente con
ogni tipo di sopruso.
Secondo una tradizione, Tarquinio fu
cacciato dai Romani e chiese aiuto al lucumone di Chiusi, Porsenna,
che venne però sconfitto dagli eroi Orazio Coclite
e Muzio Scevola. Secondo il racconto di Tacito invece
fu lo stesso Porsenna invece a cacciare l'ultimo re. Da allora
cominciò a prendere corpo l'ordinamento repubblicano.
Dei sette re di Roma, quelli su cui comunque
ci sono notizie più attendibili sono gli ultimi tre, perchè
è certo che la potenza etrusca influenzò anche
Roma; per gli altri purtroppo spesso la fantasia si sovrappone
alla realtà.
L'ordinamento
politico
Tre erano le principali istituzioni di
governo nell'antica Roma: il re, il senato e comizi curiati.
La carica di re non era ereditaria; il sovrano aveva anche il
potere religioso (era sommo sacerdote) militare (era comandante
dell'esercito) e giudiziario (era giudice supremo del popolo).
Se il re pronunciava delle condanne a
morte, però, il cittadino poteva fare appello all'assemblea
de popolo (provocatio ad populum) e rimettersi
al suo giudizio. Le funzioni di governo, compresi i poteri legislativo
e giudiziario, erano svolte con l'assistenza di due assemblee:
il senato e i comizi curiati. Il senato era composto
da membri dell'aristocrazia scelti dal re e consultati per decisioni
sia di politica estera che di politica interna; il senato doveva
anche approvare o respingere le proposte di legge del sovrano
e le deliberazioni dei comizi curiati.
Alla morte del re dieci senatori sceglievano
un nuovo candidato e lo proponevano ai comizi curiati.
Questi ultimi erano formati da cittadini facenti parte delle
30 curie (ripartizioni della popolazione); ogni curia
era formata da 10 genti (o gentes, gruppi gentilizi) doveva
fornire all'esercito 100 fanti (una centuria) e 10 cavalieri
oltre a un senatore per ogni gens (i senatori erano così
300, secondo la riforma di Servio Tullio). Le curie potevano
riunirsi in assemblea, dichiarare la guerra, nominare il re,
approvarne le proposte di legge e ratificare le condanne a morte.
La sede delle riunioni era il Foro.
Le
classi sociali
Due erano le grandi classi sociali: i
patrizi, aristocratici proprietari terrieri, e i plebei, contadini,
commercianti e artigiani, utilizzati anche dall'esercito. I patrizi
avevano l'accesso alle cariche pubbliche, mentre i plebei ne
erano esclusi.
Con il miglioramento delle condizioni
economiche, anche alcuni plebei divennero benestanti e iniziarono
una serie di lotte per ottenere la parità di diritti.
Al servizio dei patrizi vi erano i clienti che ricevevano dai
loro padroni terreni da lavorare, bestiame e protezione in cambio
del servizio militare e di un aiuto nella vita pubblica.
Gli schiavi, prigionieri di guerra o
plebei insolventi ai debiti, erano completamente nelle mani dei
loro padroni, che potevano decidere della loro vita o anche donare
loro la libertà; gli schiavi liberati erano detti liberti.
La
religione
I culti delle diverse divinità
erano affidati a dei collegi sacerdotali, il più importante
dei quali era quello dei Pontefici, retto dal Pontefice massimo.
Questi, che in età monarchica e imperiale coincideva con
il re e con l'imperatore, presiedeva le cerimonie, stabiliva
le feste e annotava i fatti storici (Annales).
Vi erano poi il collegio dei Salii
(che presiedeva il culto di Marte), quello delle Vestali
(officiava il culto di Vesta, simbolo dell'eternità romana),
quello degli Auguri (che dall'osservazione del volo e
del canto degli uccelli e delle viscere degli animali sacri,
i polli, traeva consigli sulle vie da seguire in caso di decisioni
importanti) e quello dei Feziali (depositari del diritto
riguardante guerre e alleanze).
Tra gli dei, i tre più importanti
erano luppiter (Giove), Marte e Quirino. Rilevante era anche
l'importanza attribuita alle divinità familiari i Lari,
gli spiriti degli antenati, e i Penati, protettori della
dispensa.
La
Repubblica romana
Cacciato l'ultimo re, Tarquinio
il Superbo, la monarchia venne sostituita da un govemo
repubblicano a carattere aristocratico. In quel periodo, per
alcuni anni, Roma dovette combattere contro Porsenna e contro
le popolazioni latine preoccupate della sua ascesa.
All'interno, il nuovo ordinamento provocò
dei contrasti tra le due principali classi sociali, i patrizi
e i plebei. Infatti, nonostante i vari poteri, legislativo, esecutivo,
giudiziario e militare, fossero affidati a magistrature diverse,
erano comunque nelle mani di pochi ciffadini patrizi, mentre
tutti i plebei ne erano esclusi. Le lotte tra patrizi e plebei
si susseguirono per parecchi anni, fino a quando i plebei ottennero
alcune concessioni: I'accesso al consolato, il tribunato, I'emanazione
di leggi scritte, la cancellazione del divieto di matrimoni misti.
Nel frattempo, I'esercito romano, dopo
aver combattuto l'invasione dei Galli a nord, si preparò
a nuove conquiste nell'ltalia meridionale, sconfiggendo i Sanniti,
occupando Taranto e la Magna
Grecia.
Dalla
Monarchia alla repubblica
Secondo la leggenda, Tarquinio
il Superbo fu cacciato dalla rivolta del nobile Collatino,
la cui moglie era stata oltraggiata da Sesto, figlio del re.
In realtà le ragioni erano più profonde: Roma stava
crescendo e il re non riusciva ad attendere a tutti gli impegni;
il suo governo si era fatto dispotico e i patrizi avevano perso
il loro potere politico. Tutto ciò fu motivo di ribellione.
Il potere venne affidato a due consoli, Bruto e Collatino
(509 a.C.).
Le
prime guerre repubblicane
Le città latine, preoccupate del
rafforzamento di Roma, la affrontarono federate nella Lega latina,
nel 496 a.C. uscendo sconfitte. Nei 493 a.C. il console Spurio
Cassio firmò con queste città il Foedus
Cassianum, un'alleanza di tipo difensivo. Altre guerre
furono combattute (fino al 430 a.C.) contro Volsci ed
Equi; di Volsci ed Equi; di esse rimasero nella leggenda
le gesta di Coriolano,
che passò dalla parte dei Volsci ma poi si ritirò
andando incontro alla morte, e di Cincinnato,
che ritornò all'attività di agricoltore dopo aver
sconfitto valorosamente i Volsci, senza pretendere alcun tributo
di ringraziamento. Motivi economici spinsero Roma alla guerra
contro la città etrusca di Veio che, dopo un lungo
assedio, fu espugnata da Furio
Camillo nel 396 a.C
.
L'ordinamento
repubblicano
Le maggiori cariche della Repubblica
romana, delineatasi tra il V e il IV sec. a.C., erano di carattere
elettivo, venivano rinnovate periodicamente, erano un servizio
prestato gratuitamente ed erano collegiali, cioè vi erano
almeno due magistrati per ogni carica. I due consoli, che restavano
in carica un anno, comandavano l'esercito, convocavano il senato
e i comizi, e giudicavano i reati più gravi. Parte dei
compiti dei consoli venne in seguito affidata ai questori che
si occupavano della finanza.
Nei momenti di grande pericolo per lo
stato, poteva essere nominato un dittatore che, in carica per
sei mesi, sostituiva i consoli. Altri magistrati erano i pretori,
in origine comandanti delle truppe fornite dalle tre tribù
dei Ramnii, Tizii e Luceri e poi amministratori
di funzioni giudiziarie, e i censori (dal 443 a.C.) che rimanevano
in carica diciotto mesi, ogni cinque anni, con l'incarico di
compilare le liste del censo e dei senatori, in seguito, di vigilare
sulla condotta morale dei cittadini.
Il senato era composto da coloro che
avevano già esercitato una delle magistrature superiori.
Aveva un potere di tipo consultivo ma di fatto divenne l'organo
più importante in quanto doveva approvare le proposte
di legge, controllare le finanze, deliberare sulla guerra e sulla
pace, concedere la cittadinanza e l'autonomia a città
e popolazioni e istituire le province.
I comizi curiati e centuriati costituivano
le assemblee popolari. I primi, già esistenti nell'età
dei re, conservarono il solo compito di conferire la formale
investitura sacrale ai magistrati. I secondi eleggevano consoli
e magistrati, approvavano le proposte del senato ed esercitavano
funzioni giudiziarie. La popolazione fu divisa in 193 centurie,
ognuna portatrice di un voto; le prime 98 erano costituite dai
cittadini più ricchi (anche plebei) che così avevano
la maggioranza.
I1
contrasto tra patrizi e plebei
Fin dai primi anni della Repubblica si
diffuse il malcontento tra i plebei costretti al servizio militare
senza ricevere il ricavato dei bottini, esclusi dall'accesso
alle magistrature e dal matrimonio con i patrizi.
La prima forma di protesta fu attuata
nel 494 a.C. quando, ritiratisi sul Monte Sacro o, secondo un'altra
tradizione sull'Aventino, decisero di non lavorare e di non combattere.
Il patrizio Menenio Agrippa riuscì a convincerli
a tornare, promettendo delle riforme in loro favore.
I plebei ottennero così l'istituzione
dei tribuni della plebe, che difendevano i loro interessi e avevano
diritto di veto sulle decisioni dei magistrati e dell'assemblea,
e dell'edilità, una magistratura in cui due rappresentanti
plebei (edili), affiancando i tribuni, curavano gli interessi
della plebe.
Nel 451-450, alcuni patrizi, riuniti
nel collegio dei decemviri, redassero un corpo scritto
di leggi penali e civili, la Legge
delle XII tavole, con cui i plebei ottenevano diritti
pari ai patrizi. La lotta continuò e i plebei ottennero
l'abolizione del divieto dei matrimoni misti (445 a.C.), l'accesso
alla questura (421 a.C.), al consolato (leggi Licinie Sestie,
367 a.C.) e ai collegi sacerdotali (300a.C.), e il riconoscimento
giuridico delle assemblee della plebe, dette comizi tributi
(287 a.C., legge Ortensia) le cui deliberazioni (plebisciti)
erano vincolanti per tutto il popolo.
Dall'irruzione
dei Galli all'espansione nella penisola
Fin dal V sec. a.C. i Celti (chiamati
Galli dai romani) avevano occupato la Pianura Padana ed erano
scesi fino alle Marche e all'Umbria. Nel 390 a.C. alcune migliaia
di uomini, guidati da Brenno, devastarono Chiusi e calarono
sul Lazio, saccheggiando e incendiando anche Roma. Lo scacco
subito dalla città spinse i vecchi nemici, alleati o sottomessi,
a ribellarsi, ma Roma, in una serie di guerre svoltesi in circa
40 anni, riuscì a ristabilire il suo potere.
Le
guerre sannitiche
Nel 343 a.C., in cambio della completa
sottomissione, Roma intervenne in aiuto di Capua contro i Sanniti
che, dopo il crollo etrusco, avevano occupato la Campania. Iniziò
così un conflitto per il controllo dell'Italia centro-meridionale
che durò oltre 50 anni. Tra il 343 e il 341 a.C. i Romani
ottennero le prime vittorie.
Un secondo conflitto, tra il 340 e il
338 a.C., oppose i Romani ai Sanniti affiancati dalla Lega
latina. Al termine i Romani vittoriosi trasformarono le città
laziali in municipi o città federate. Tra il 326 e il
304, Roma, nonostante lo scacco delle Forche Caudine (i
militari denudati dovettero passare sotto un giogo di lance davanti
ai nemici) ottenne altre vittorie.
Con l'ultimo conflitto, tra il 298 e
il 290, i Sanniti furono definitivamente sconfitti con i loro
alleati Galli, Etruschi e Umbri. Roma, padrona dell'Italia centrale,
mirò alla Magna
Grecia.
La
guerra contro Pirro
Quando Roma intervenne nelle questioni
interne di Turi, incontrò l'opposizione di Taranto con
cui aveva firmato un trattato di non interferenza nel 303 a.C.
Di lì a poco scoppiò la guerra tra le due città
(282 a.C.). Taranto chiese aiuto a Pirro, re dell'Epiro
(regione della Grecia nord-occidentale), che nel 280 a.C. sbarcò
in Italia con 30 000 uomini e 20 elefanti.
I Romani furono inizialmente sconfitti.
Quando Pirro intervenne in Sicilia a favore delle città
greche contro i Cartaginesi, la guerra riprese e terminò
con la vittoria romana (275 a.C.) a Maleventum (il nome fu allora
mutato in Beneventum) e con l'alleanza tra le due forze (272
a.C.). Roma esercitava ormai il suo potere fino allo stretto
di Messina, secondo ordinamenti diversi: i municipi avevano autonomia
amministrativa ma dovevano fornire truppe e pagare un tributo,
solo alcuni avevano i diritti politici; le città federate,
liberamente alleatesi a Roma, avevano autonomia amministrativa,
non pagavano tributi ma non avevano diritti politici e dovevano
fornire le truppe; le colonie, fondate nei territori sottratti
ai vinti, avevano diritti civili e politici se gli abitanti erano
Romani, mentre avevano gli stessi diritti delle città
federate, se gli abitanti erano Latini.
Le
Guerre puniche e l'espansione in Oriente
Conquistata l'ltalia meridionale, Roma
si trovò a confronto con Cartagine,
la città africana (nella posizione dell'odiema Tunisi)
che dominava nel Mediterraneo occidentale possedendo parte della
Sicilia e colonie in Sardegna, Corsica, Spagna e Baleari. A causa
degli intralci reciproci nei traffici commerciali, a lungo andare,
la convivenza di queste due grandi potenze, che erano state alleate,
subi una rottura.
Lunghi conflitti opposero allora Roma
e Cartagine
(le Guerre puniche) tra il III e il II sec. a. C., al termine
dei quali Roma cominciò l'ascesa a massima potenza del
Mediterraneo. La terza Guerra si concluse addirittura con la
completa distruzione della città africana. Durante le
Guerre puniche Roma estese il suo dominio anche sulla Sardegna,
sulla Corsica, sulla Sicilia (la prima provincia romana), sulla
Spagna, sulla Gallia Cisalpina e Transalpina oltre che sulla
Grecia e sull'Asia Minore.
La
prima Guerra punica
La città di Cartagine,
fondata intorno all'814 a.C. dai Fenici, aveva acquisito il monopolio
commerciale nel Mediterraneo imponendo che le navi commerciali
potessero approdare solo a Cartagine
e non nelle sue colonie. I primi rapporti tra le due città
furono di tipo amichevole, nel 508 a.C. fu stipulato un trattato
di navigazione e di commercio con cui entrambe le potenze si
Cartagine
impegnavano a limitare le espansioni l'una a danno dell'altra.
Questo trattato fu rinnovato nel 348
e nel 306 a.C. definendo ancora più precisamente le rispettive
zone di influenza. La rottura avvenne nel 264 a.C. quando i Mamertini
di Messina chiesero l'intervento dei Romani per difendersi dai
Cartaginesi. Roma inviò così un esercito, guidato
dal console Appio Claudio, contro Cartagine
e il suo alleato Gerone II di Cartagine
Siracusa, che però dal 263 a.C. passò dalla parte
dei Romani.
Decisiva per l'esito della guerra fu
la capacità dei Romani di fronteggiare la tradizionale
superiorità navale di Cartagine.
Nel 260, grazie all'uso dei corvi (ponti mobili che permettevano
di agganciare le navi nemiche), la flotta romana comandata da
Caio Duilio sconfisse quella cartaginese a Milazzo.
Dopo il fallimento della spedizione in
Africa di Attilio Regolo (256 a.C.), che fu fatto prigioniero
e ucciso, i Romani al comando di Lutazio Catulo colsero
la vittoria decisiva alle Egadi nel 241, costringendo i Cartaginesi
a evacuare la Sicilia e a pagare una forte indennità di
guerra. La Sicilia, tranne il territorio di Siracusa, divenne
la prima provincia romana; nelle province che dovevano pagare
un tributo, ogni tipo di potere e amministrazione era nelle mani
dei Romani che vi inviavano ex consoli (proconsoli) o
ex pretori (propretori). Nel 238, a pace conclusa, i Romani
sottrassero ai Cartaginesi anche la Sardegna e la Corsica.
La
seconda Guerra punica
Prima di iniziare un secondo conflitto
con Cartagine,
Roma conquistò la regione adriatica dell'Illiria (230-228
a.C.), riducendola a un piccolo principato e controllando così
il canale d'Otranto. In seguito a un tentativo di incursione
dei Galli, i Romani, affrontandoli, giunsero a occupare Mediolanum
(Milano), affacciandosi sulla Pianura Padana (225 a.C.).
Nel frattempo, espulsi dalle isole, i
Cartaginesi si erano volti verso la Spagna, che fu conquistata
tra il 237 e il 219 a.C. da Amilcare Barca e da suo figlio Annibale
(al quale il padre aveva inculcato un profondo odio per i Romani).
La decisione di Annibale di attaccare Sagunto, alleata
di Roma, provocò nuovamente la guerra (218 a.C.).
Prima che i Romani riuscissero a mandare
un esercito in Spagna, Annibale invase l'Italia per via di terra,
con una leggendaria traversata delle Alpi, cogliendo brillanti
vittorie al Ticino (218), al Trasimeno (217) e soprattutto a
Canne (216) ma senza riuscire a spaccare la confederazione
romano-itailica. Nel frattempo un esercito romano comandato da
Publio e Gneo Scipione impediva che dalla Spagna giungessero
rinforzi ad Annibale pressato dalla tattica temporeggiatrice
(di logoramento) di Quinto
Fabio Massimo, eletto dittatore, ma presto rimpiazzato
dai consoli Lucio Emilio Paolo e Terenzio Varrone
che nel 216 ripresero il combattimento in campo aperto.
Nello scontro di Canne, in Puglia,
30 000 dei 50 000 soldati romani rimasero uccisi; Annibale rimandò
però la marcia verso Roma, che in breve tempo riuscì
a riprendersi. Un esercito inviato in Sicilia espugnò
Siracusa e la rese tributaria di Roma (211); un altro in Macedonia
combatté contro Filippo V (prima Guerra macedonica)
a scopo puramente difensivo (Pace di Fenice, 205 a.C.). Quando
Asdrubale, fratello di Annibale, riuscì a portare
in Italia un esercito dalla Spagna, fu sconfitto e ucciso al
Metauro (207).
Nel 206 Publio Cornelio Scipione
(che sarà chiamato Scipione
l'Africano dopo la vittoria), subentrato al comando dell'esercito
romano in Spagna, colse una vittoria decisiva a Ilipa e invase
l'Africa, costringendo Annibale ad abbandonare l'Italia. La vittoria
di Scipione
a Zama, nel 202, e costrinse Cartagine
alla resa, all'abbandono di tutti i possedimenti europei e della
Numidia (che divenne indipendente sotto Massinissa
alleato di Roma), e al pagamento di una forte indennità
di guerra.
Dall'espansione
in Oriente alla terza Guerra punica
Dopo la vittoria su Cartagine,
Roma intervenne nuovamente in Macedonia, su richiesta di Atene
che chiedeva aiuto contro Filippo V. Nel 200 a.C. iniziò
così la seconda Guerra macedonica. Nel 197 a.C. i Romani
guidati da Tito Quinzio Flaminio sconfissero Filippo a
Cinocefale, costringendolo a consegnare la flotta, a pagare un'indennità
di guerra e a riconoscere la libertà alle città
greche: al protettorato macedone si sostituì quindi quello
romano.
Poichè il re di Siria Antioco
III si rifiutò di ritirare le sue truppe dalla Grecia
liberata dai Romani, nel 191 a.C. Roma lo attaccò, sconfiggendolo
alle Termopili. L'anno seguente Lucio Cornelio Scipione
sbarcò in Asia e sconfisse le truppe siriache a Magnesia.
Un nuovo conflitto con la Macedonia si
delineò nel 171 a.C. quando salì al trono Persco,
figlio di Filippo V, profondamente ostile ai Romani. Dopo tre
anni Lucio Emilio Paolo sconfisse l'esercito macedone
a Pidna, la Macedonia fu divisa in 4 repubbliche che divennero
alleate di Roma. Due rivolte seguirono alla vittoria romana,
quella di Andrisco in Macedonia (149 a.C.) sedata solo nel 146
a.C. da Cecilio Metello, e quella della Lega achea, sedata
anch'essa nel 146 dal console Lucio Mummio. Nel frattempo,
molti a Roma, tra cui il senatore Marco
Porcio Catone, sostenevano la necessità di abbattere
definitivamente Cartagine.
Quando Cartagine
decise la guerra contro Massinissa,
re dei Numidi, a causa dei suoi continui soprusi, Roma a sua
volta dichiarò guerra a Cartagine
(149 a.C). I Cartaginesi si arresero, ma quando seppero che tra
le condizioni di pace vi era la distruzione della città,
vi si asserragliarono e resistettero valorosamente fno al 146,
quando Scipione Emiliano espugnò la città
e la rase al suolo, trasformando il suo territorio nella provincia
d'Africa. Nel 133 a.C., dopo una lunga guerriglia, Scipione Emiliano
sedò in Spagna la rivolta di Numanzia, iniziando la romanizzazione
del territorio spagnolo. Nel frattempo Roma sottomise anche la
Gallia meridionale, dalle Alpi ai Pirenei,facendone una provincia,
la Gallia Narbonensis.
Con queste vittorie Roma aveva così
messo in evidenza la sua potenza e la sua solidità.
La
crisi della Repubblica
Profondi cambiamenti avvennero in Roma
dopo le guerre puniche e la conquista della Grecia e dell'Oriente.
La diffusione della cultura ellenistica (molti artisti greci
si stabilirono a Roma mentre i ricchi romani trascorrevano sempre
più tempo in Grecia e in Oriente) mandò in crisi
i valori della moralità romana. I ricchi senatori cominciarono
a impossessarsi delle terre dello Stato reclamate anche dalla
classe equestre; le classi medie, soprattutto i piccoli agricoltori
che costituivano il nerbo dell'esercito, si andarono impoverendo
sempre più. Tiberio
e Caio Gracco si fecero promotori di una riforma agraria,
ma il loro tentativo fallì, finendo addirittura nel sangue.
Dopo un decennio di pace, garantito dai
senatori oligarchici, iniziò un periodo molto difficile,
percorso da rivalità accese tra i diversi partiti politici.
Si combatté la prima guerra civile, tra ottimati
guidati da Silla
e popolari guidati da Mario.
Silla
ebbe la meglio ma, dopo aver restaurato il potere dei patrizi
ed esautorato i tribuni della plebe, si ritirò a vita
privata e morì poco dopo. Le rivalità non erano
però terminate e Roma era ormai alle soglie della seconda
guerra civile.
Dalla
crisi economica e sociale alla riforma dei Gracchi
L'incontro con la cultura ellenistica,
determinato dall'estensione dei domini romani sulla Grecia, la
Macedonia e parte dell'Asia Minore, fece sì che in Roma
si formassero due correnti: quella conservatrice di Marco Porcio
Catone, che predicava
il ritorno agli antichi costumi e valori romani, e quella innovatrice
del circolo degli Scipioni che, pur non rinnegando la tradizione
latina, vedeva di buon occhio la cultura greca alla quale cercò
di adattare il proprio patrimonio di conoscenze.
La classe dirigente dei senatori aveva
consolidato il suo potere durante le guerre, mentre le classi
medie si erano impoverite. Era poi emersa, in campo finanziario,
la classe dei cavalieri (ordine equestre) che reclamava i propri
diritti di fronte al senato.
La grande ricchezza che affluiva dalle
regioni conquistate permise ai ricchi di comperare territori
dell' ager publicus confiscati ai vinti e appartenenti allo stato.
Si diffusero il latifondo e la schiavitù (anch'essa conseguente
alle guerre); molti piccoli proprietari, impoveriti, si trasferirono
a Roma in cerca di miglior fortuna.
Un primo tentativo di riforma fu attuato
da Tiberio
Gracco, un patrizio eletto tribuno della plebe nel 133
a.C. La sua proposta di riportare in vigore la legge che vietava
di possedere più di 125 ettari di terreno pubblico e di
ridistribuire quindi le parti in eccesso, fu avversata dall'aristocrazia
senatoria. Tiberio ripropostosi alla carica di tribuno, fu ucciso
in un tumulto e i suoi seguaci condannati a morte.
Di ciò risentirono anche gli Italici,
che si vedevano tolti i loro territori e che, non essendo cittadini
romani, non avevano diritto alle nuove distribuzioni. Molti di
loro si ribellarono ma furono puniti duramente. Nel 123 a.C.
fu eletto tribuno Caio Gracco, fratello minore di Tiberio, promotore di riforme
ancor più radicali. Innanzitutto cercò l'appoggio
della classe equestre, facendo in modo che i cavalieri fossero
in numero maggiore dei senatori nei tribunali che giudicavano
i reati di concussione.
Per ottenere il favore della plebe, promosse
la fondazione di nuove colonie e propose una "Lex
frumentaria" che dava diritto ai cittadini meno
abbienti di ricevere grano a prezzo ridotto. Eletto tribuno una
seconda volta, chiese la concessione della cittadinanza agli
Italici. I senatori, contrari, si servirono del tribuno Livio
Druso per contrastarlo.
Druso propose riforme demagogiche (abolizione
del canone d'affitto delle terre per i piccoli proprietari, fondazione
di nuove colonie) che offuscarono la popolarità di Caio.
In un clima di tensione e di conflitti interni, nel 121 a.C.,
il senato approvò il Senatus consultum ultimum,
un provvedimento che conferiva ai consoli, tra cui Lucio Opimio
avversario di Caio, i pieni poteri perché provvedessero
alla salvezza dello stato con qualsiasi mezzo.
Caio sentendosi ormai sconfitto, si fece
uccidere da uno schiavo mentre i suoi seguaci (circa 3000) furono
massacrati.
Dalla
Guerra giugurtina all'ascesa di Mario
Sconfitti i Gracchi,
guadagnò prestigio l'oligarchia senatoria, cercando il
favore dei cavalieri e quello del popolo attraverso piccole concessioni.
Fra il 125 e il 118 a.C. Roma ridusse a provincia la Gallia meridionale.
Poco dopo dovette intervenire in Africa, in Numidia dove Giugurta
aveva massacrato Romani e Italici residenti a Cirta e aveva usurpato
il trono di Aderbale, il quale aveva chiesto l'aiuto romano.
Nel 111 a.C. iniziò la guerra
che si protrasse fino al 107, quando il comando fu affidato a
Caio
Mario, affiancato dal questore Cornelio Silla.
Quest'ultimo riuscì a farsi consegnare Giugurta,
che fu giustiziato. Al termine del conflitto tutti gli onori
furono tributati a Mario
che fu rieletto console, mentre Silla
mal tollerò di non essere stato considerato. Il potere
di Mario
fu consolidato in seguito alla riforma dell'esercito in cui ammise
anche volontari nullatenenti ai quali assegnò una paga.
Con questo esercito ben addestrato e con nuove tattiche di guerra,
Mario,
eletto console dal 103 al 100 a.C., sconfisse i Cimbri
e i Teutoni, popolazioni germaniche che insidiavano i
confini settentrionali.
Nell'anno 100 a.C. il tribuno della plebe
Lucio Apuleio Saturnino, affiancato dal pretore Gaio
Servilio Glaucia, fece approvare una legge che assegnava
ai veterani dell'esercito di Mario
alcune terre della Gallia Cisalpina. Il senato, contrariato,
concesse pieni poteri a Mario
per liberarsi dei due politici. Egli li fece uccidere e ciò
irritò il partito dei popolari. Mario
lasciò la vita politica e si recò in Asia.
Dalla
Guerra sociale alla dittatura di Silla
Il partito degli ottimati governò
da allora incontrastato per una decina d'anni. Nel 91 a.C. ottenne
il tribunato Livio Druso (figlio del precedente). Le sue
proposte (promozione di alcuni cavalieri a senatori e concessione
della cittadinanza agli Italici provocarono l'ostilità
del senato che lo fece uccidere. Dopo questo fatto i soci (da
cui il nome Guerra sociale) Italici si ribellarono per
ottenere l'indipendenza da Roma.
Molte popolazioni, guidate dai Marsi
e dai Sanniti, crearono uno stato federale italico con capitale
Corfinio (che fu detta Italica). I Romani richiamarono Mario
per combattere contro i Marsi, mentre le altre operazioni furono
condotte da Pompeo
Strabone e Cornelio Silla,
eletto console nell'88 a.C. Quando Roma decise di concedere la
cittadinanza a coloro che non si erano ribellati o avessero deposto
le armi, la lotta si affievolì ma l'esercito romano piegò
definitivamente la resistenza dei Sanniti solo nell'80 a.C.
Nel frattempo, il re del Ponto Mitridate
si preparava a guidare alla ribellione tutti gli stati greci
e asiatici soggetti a Roma. Il senato decise di inviare in Asia
Silla.
Nello stesso tempo, il tribuno Sulpicio Rufo, che proponeva
di dividere gli Italici nelle 35 tribù già esistenti
e non di crearne delle nuove, fece votare questa proposta, insieme
a quella di mandare Mario
in Asia, da senatori e cavalieri, i quali, non gradendo Silla,
le approvarono entrambe. Silla,
contrariato, dopo aver sconfitto i seguaci di Mario
(che fuggì), marciò su Roma impadronendosene.
Nell'87 a.C. ottenne di nuovo il comando
delle truppe dirette in Oriente. In Grecia saccheggiò
ed espugnò Atene alleata di Mitridate. Mario,
aiutato dal console Lucio Cornelio Cinna, a capo di un
esercito entrò in Roma massacrando i nemici del partito
popolare. Un anno dopo, nell'86 a.C. morì. Silla,
in Asia, vinse Mitridate e, nell'83 a.C., tornò in Italia.
Con l'aiuto di Gneo Pompeo,
combatté i seguaci di Mario
e gli Italici, sconfiggendoli entrambi. Si fece quindi nominare
dittatore e iniziò una serie di feroci repressioni a danno
di tutti gli avversari. Confiscò diverse terre che andarono
ai suoi soldati e si arricchì a spese dei perseguitati.
In politica interna restaurò il potere del senato, limitò
quello dei tribuni e dei cavalieri. Infine nella sorpresa generale,
abdicò alla dittatura e si ritirò.
La
fine della Repubblica: il primo e il secondo Triumvirato
Dopo la morte di Silla,
Pompeo,
Crasso
e Cesare
si unirono (primo Triumvirato) ripartendosi le cariche
e opponendosi all'oligarchia senatoria. Morto Crasso,
si trovarono di fronte Cesare e Pompeo.
Cesare entrò in Roma con l'esercito
e Pompeo
fuggi in Epiro. Lo scontro di Farsalo, in Tessaglia, portò
Cesare
alla vittoria, al trionfale rientro in Italia e al dominio incontrastato.
Alla morte di Cesare (ucciso dai repubblicani Bruto
e Cassio) si contesero il potere, inizialmente alleati con Lepido
(secondo Triumvirato), Antonio e Ottaviano.
Con la vittoria di Ottaviano su Antonio
ad Azio, sotto molti aspetti si tirarono le fila della intricata
vicenda tardorepubblicana. All'inevitabile sbocco autoritario
sul piano del governo corrispose un tentativo di restaurazione
morale e religiosa che mirava a presentare all'opinione pubblica
tradizionalista il nuovo ordine in termini di continuità
con il vecchio.
L'ascesa
di Pompeo
Il giovane Gneo Pompeo,
già ufficiale di Silla,
si mise in evidenza attraverso tre imprese. Nel 77 a.C. ebbe
ragione di Marco Emilio Lepido che nell'Etruria e nella Cisalpina,
aveva tentato di abolire la costituzione sillana. In Spagna nel
72 a.C., domò l'insurrezione dei Lusitani guidata da Quinto
Sertorio. In Italia, pose fine a una rivolta di schiavi guidata
dal trace Spartaco
nel 73 a.C., e già affrontata dal generale Marco Licinio
Crasso.
Insieme a Pompeo
e Crasso
questo fu eletto console nel 70 a.C.; allo scopo di diminuire
l'attività del senato, i due restituirono l'autorità
ai tribuni e il controllo dei processi ai cavalieri.
Un altro uomo stava emergendo, Marco
Tullio Cicerone,
I'oratore che era riuscito a far condannare, per le molte ruberie,
Verre, ex governatore della Sicilia. Nel 67 a.C. Pompeo,
al comando di una potente flotta vinse i pirati che spadroneggiavano
nel Mediterraneo.
Nel 66 a.C. Mitridate, il re del Ponto,
tentò una nuova offensiva contro Roma. Pompeo
fu mandato in Oriente e, dopo il suicidio del re, conquistò
la regione, fece della Siria e della Giudea due provincie romane
e sottomise l'Armenia e la Bitinia.
I1
primo Triumvirato
Nel frattempo a Roma il partito dei popolari
appoggiava Caio
Giulio Cesare, un aristocratico simpatizzante di Mario.
Un altro personaggio raccoglieva seguaci, promettendo l'allargamento
della cittadinanza, la cancellazione dei debiti e la distribuzione
di nuove terre, il sillano Lucio
Sergio Catilina.
Sconfitto da Cicerone nell'ascesa al
consolato nel 63 a.C., ordì una congiura. Cicerone
lo smascherò in una seduta senatoria (le famose 4 orazioni
Catilinarie), costringendolo a fuggire in Etruria dove poco dopo
fu sconfitto e ucciso in battaglia.
Rientrato dall'Oriente, Pompeo
sciolse l'esercito e rinunciò a instaurare una dittatura,
contestato dal senato per l'ordinamento dato all'Asia, si alleò
con Cesare
e Crasso
formando il primo Triumvirato.
La
conquista della Gallia
Il carattere di questo accordo fu soltanto
privato, non istituzionale. Cesare
ottenne il consolato nel 59 a.C. e fece approvare la distribuzione
di terre ai veterani di Pompeo.
L'anno dopo ottenne il governo della
Gallia Cisalpina e Narbonese. Arrivato in Gallia nel 58 a.C.,
costrinse gli Elvezi a rinunciare alla Gallia Narbonese e il
principe germanico Ariovisto al protettorato sugli Edui. Sconfitti
anche Belgi e Aquitani (57 a.C.), riorganizzò l'intera
Gallia in una nuova provincia.
Nel convegno di Lucca del 56 a.C. Cesare
ottenne il comando in Gallia per un altro quinquennio, mentre
Pompeo
e Crasso
ebbero nuovamente il consolato. Nel 53 a.C. Crasso
morì in battaglia contro i Parti, che sbaragliarono l'esercito
romano a Cana, in Siria. Pompeo
e Cesare rimasero soli. Cesare si preparò alla conquista
della Britannia, ma fu costretto a rientrare in Gallia per sedare
la rivolta di Vercingetorige,
re degli Arverni. Vintolo nel 52 a.C., riuscì a pacificare
l'intera Gallia (50 a.C.).
A Roma continuava la lotta tra popolari
e conservatori. Il tribuno Publio Clodio, seguace di Cesare,
fece esiliare Cicerone
il quale fu richiamato da Pompeo.
Scoppiarono tumulti e il senato incaricò Pompeo
di riportare l'ordine. Egli si fece così eleggere
unico console nel 51 a.C.
Ia
guerra civile e la morte di Cesare
Cesare rimase
in Gallia fino al 49 a.C., quando il senato inviò un ultimatum
con l'imposizione di abbandonare la provincia. Varcato il Rubicone
(il fiume che divideva la Cisalpina dall'ltalia), Cesare
marciò verso Roma.
Era l'inizio della guerra civile. Pompeo,
con il senato, fuggì in Oriente cercando d organizzare
l'esercito. Lo scontro decisivo avvenne a Farsalo in Tessaglia
(48 a.C.). Cesare
ebbe la meglio: Pompeo
si rifugiò in Egitto presso Tolomeo XIV, il quale,
per ottenere i favore di Cesare,
lo fece uccidere a tradimento.
Giunto in Egitto, Cesare affidò
il trono a Cleopatra,
sorella di Tolomeo della quale era divenuto l'amante. Nel 47
a.C. sconfisse Farnace figlio di Mitridate in Africa e in Spagna
vinse definitivamente la resistenza dei pompeiani (46-45 a.C.).
Tornato a Roma, ormai senza rivali, si
dedicò a una serie di riforme economiche e sociali. Console
dal 48 a.C. in poi, nel 46 fu nominato dittatore per dieci anni
e, all'inizio del 44, dittatore a vita. Tale somma di poteri
provocò il risentimento di uomini del suo partito. Alle
Idi di marzo (il 15) del 44 a.C., durante una riunione del senato,
fu ucciso in una congiura dai repubblicani Bruto
e Cassio
.
Esordio
e ascesa di Ottaviano
La successione a Cesare
fu contesa da Antonio, generale di Cesare, e Ottaviano, un giovane
adottato da Cesare col nome di Gaio Giulio Cesare Ottaviano.
Dapprima Ottaviano cercò di affrontare
il rivale ma, accortosi dell'opposizione del senato, fattosi
nominare console, si alleò con lui. Nell'accordo entrò
anche un altro generale, Marco Emilio Lepido. Fu così
formato il secondo Triumvirato che ebbe il compito di
elaborare una nuova costituzione. Tutti i rivali di Cesare
entrarono nelle liste di proscrizione; vittime illustri furono
Cicerone,
Bruto
e Cassio.
I tre triumviri si spartirono l'Impero:
Antonio ebbe la Gallia e l'Oriente, Lepido l'Africa e Ottaviano,
pur restando in Italia, la Spagna. In seguito allo scontro tra
Ottaviano e i seguaci di Antonio rimasti in Italia, fu stretto
un nuovo accordo a Brindisi nel 40 a.C., secondo il quale Antonio
rinunciava alla Gallia. Lepido, che aveva aiutato Ottaviano a
togliere a Sesto Pompeo
(figlio di Gneo) la Sicilia, la Sardegna e la Corsica, pretese
per sé la Sicilia. Ottaviano, contrariato, gli tolse l'Africa
e lo espulse dal Triumvirato lasciandogli soltanto la carica
di Pontefice Massimo
.
Ottaviano
e Antonio
Ottaviano divenne il padrone dell'Occidente
e Antonio dell'Oriente. Nel 37 a.C. Antonio sposò Cleopatra,
dimenticando il legame con Ottavia, sorella di Ottaviano.
Iniziò inoltre a farsi adorare come un dio, secondo il
modello orientale.
Ciò indignava Ottaviano, difensore
degli austeri valori romani, il quale, rinfacciando al rivale
gli insuccessi contro i Parti, indusse il senato a privare Antonio
della sua carica e a dichiarare guerra all'Egitto.
Lo scontro decisivo avvenne ad Azio,
davanti alle coste dell'Epiro, nel 31 a.C. Il generale Agrippa
(distintosi nella guerra contro Sesto Pompeo),
al comando delle legioni di Roma, ottenne una grande vittoria,
costringendo Antonio e Cleopatra
alla fuga ad Alessandria. I due si uccisero alcuni mesi dopo,
quando seppero dell'arrivo delle truppe di Ottaviano.
L'Egitto divenne una provincia romana
e Ottaviano, rientrato a Roma nel 29 a.C., fu accolto da grande
trionfatore
Tra
Repubblica e Impero: il Principato di Augusto
L'ultimo secolo della Repubblica, percorso
da conflitti civili e instabilità politica, aveva messo
in evidenza l'inadeguatezza del sistema di govemo romano.
Tutti sentivano il bisogno di una pacificazione.
La classe dirigente non ammetteva la cancellazione delle istituzioni
e considerava la monarchia assoluta come una negazione della
libertà.
Ottaviano comprese questa situazione:
il suo potere, ottenuto tramite il cumulo di diverse magistrature,
con prerogative giuridicamente definite, fu incentrato sul rispetto
formale delle tradizioni istituzionali repubblicane e non trasmissibile
ereditariamente.
La solidità del governo di Augusto
(titolo ottenuto dal senato) fu determinata dalla larga adesione
del popolo al suo programma e dal senso di riconoscenza per l'instaurazione
della pace.
Augusto e i suoi più stretti collaboratori
si impegnarono in una capillare attività ideologico-propagandistica,
di cui furono cardini la pace civile (Pax Augusta),
il recupero e il rinnovamento della storia gloriosa di Roma,
il nuovo ordine morale e la ripresa della religione tradizionale,
messaggi diffusi sopraffuffo da letterati e artisti protetti
da Augusto stesso.
Augusto
princeps
Dopo la vittoria di Azio contro Antonio,
Ottaviano cercò di consolidare il suo potere, evitando
atti che potessero farlo sospettare di aspirare al dominio assoluto.
Nel gennaio del 27 a.C. il senato gli confermò le funzioni
precedenti e gli conferì un potere militare (imperium)
decennale e il governo di un certo numero di province; ricevette
inoltre il titolo di Augusto (termine che indicava L'autorità
quasi sacra, sottolineandone la dignità) e onorificenze
simboliche.
Dal 31 al 23 a.C. fu ininterrottamente
console, non potendo avere il consolato a vita, si fece assegnare,
nel 23 a.C., un imperium proconsulare maius et infinitum,
cioè un ampio potere senza limiti temporali sulle province
e sull'esercito, superiore a quello dei proconsoli oltre alla
tribunicia potestas, cioè la totalità dei poteri
dei tribuni, con diritto di veto e facoltà di proporre
e far approvare le leggi che egli stesso, come princeps
senatus (capo del senato), aveva il diritto di votare
per primo.
Nel 23 a.C. erano dunque poste le basi
costituzionali del Principato; altre connotazioni essenziali
del nuovo regime prenderanno corpo in seguito, per esempio il
pontificato massimo nel 12 a.C. alla morte di Lepido e il titolo
di "padre della patria" nel 2 a.C.
In campo militare Ottaviano ridusse il
numero delle legioni a 28, dalle 60 delle guerre civili, e costituì
una guardia personale del principe (guardia pretoriana) comandata
da due prefetti equestri. Il collocamento in congedo dei veterani
richiese la fondazione di colonie e l'istituzione di una cassa
apposita, l'erario militare (6 d.C.). In politica estera Augusto
rafforzò i confini settentrionali dell'Impero con una
serie di campagne militari e con l'istituzione di nuove province:
il Norico (parte dell'Austria), la Pannonia (attuale Ungheria),
la Mesia (tra il Mar Nero e i Balcani) e la Rezia (Trentino Alto
Adige e parte della Svizzera).
Il tentativo di penetrazione della Germania,
fino all'Elba, fu interrotto dall'insurrezione di tribù
germaniche (9 d.C.) guidate da Arminio. Il confine fu così
stabilito al fiume Reno. In campo amministrativo Augusto riformò
il sistema dei servizi (corpi di polizia, riscossione delle imposte,
censimenti periodici di tutta la popolazione), I'amministrazione
della città di Roma (con a capo il prefetto urbano), dell'Italia
(ripartita in undici regioni) e delle province (divise in imperiali,
ovvero quelle non pacificate e direttamente dipendenti dal principe,
e senatorie, sottoposte al governo del senato).
Il senato, pur avendo perso importanza
dal punto di vista politico, fu coinvolto nelI'amministrazione
dell'Impero. Dal senato provenivano i proconsoli, amministratori
delle province pubbliche, i comandanti degli eserciti, gli addetti
alle opere pubbliche (curatores) e il praefectus
urbi (prefetto urbano) che esercitava poteri di polizia.
Solo i senatori più ricchi o i loro figli potevano percorrere
la carriera politica (cursus honorum) fino alle
cariche più alte, dalla questura al consolato.
Generalmente i consoli, dopo sei mesi
o meno, abbandonavano la carica, cedendo il posto a sostituti
(suffecti), garantendo un ricambio che accontentava
un gran numero di aspiranti.
Coloro che possedevano almeno 400 000
sesterzi, per diritto di famiglia o per concessione dell'imperatore,
potevano aspirare alla carriera equestre. I cavalieri potevano
diventare governatori (praefecti) e amministratori del
fisco delle province imperiali. Potevano inoltre aspirare alla
carica di "prefetto del pretorio" (capo della
guardia personale del princeps) o alla prefettura
in Egitto, provincia considerata dominio personale di Augusto.
I comizi persero tutto il loro potere,
limitandosi ad acclamare i candidati scelti dal senato a sua
volta influenzato dalle decisioni del princeps.
Augusto creò anche una fitta rete di funzionari con i
quali controllava l'attività degli organi repubblicani
e governava le province imperiali. Essi erano nominati e dipendevano
direttamente da Augusto che dava loro anche una retribuzione,
a differenza di quanto avveniva per i magistrati della Repubblica
che svolgevano i loro compiti gratuitamente. La carriera dei
funzionari prevedeva promozioni per i più meritevoli che
potevano anche aspirare a diventare membri del senato.
L'organizzazione
del consenso
Ottaviano riuscì a creare attorno
a sé un clima di consenso e di riconoscenza per la pace
che era finalmente tornata dopo anni di lotte intestine, di persecuzioni
tra avversari politici e di instabilità amministrativa.
Tale consenso fu anche frutto di una
incisiva attività propagandistica. Augusto si presentò
come il restauratore del vecchio ordine, degli antichi valori
morali e religiosi.
Tali messaggi venivano ampiamente diffusi
attraverso tutti i canali della comunicazione allora disponibili
(epigrafi, monete, oggetti d'arte e monumenti), oltre che dall'attività
del circolo di Mecenate che raccoglieva i massimi artisti e letterati
del tempo, come Virgilio, Orazio, Livio,
Tibullo, Properzio.
La restaurazione religiosa, oltre che
dal ritorno ai culti arcaici (Augusto fece restaurare vecchi
templi in rovina e riorganizzò i collegi sacerdotali di
cui egli stesso fece parte), fu caratterizzata dalla nascita
di forme di culto alla persona del principe che, spontanee in
Oriente, furono associate in Occidente e in Italia alla dea Roma.
Il nuovo equilibrio garantì una
ripresa generale della vita civile e dell'economia; furono restaurati
vecchi edifici e ne furono costruiti di nuovi per abbellire la
città di Roma. Sorsero numerosi templi, basiliche, piazze
e portici (il Pantheon, il teatro di Marcello,
I'Ara pacis).
La
questione della successione
Augusto si preoccupò di assicurare
una trasmissione pacifica del suo potere. Teoricamente sarebbe
spettato al senato designare il successore, ma grande importanza
avevano ormai acquisito anche i cavalieri e i funzionari imperiali.
Augusto pensò a una successione ereditaria e, non avendo
figli maschi, individuò possibili successori che via via
adottò (in particolare i nipoti Marcello, Gaio
e Lucio), ma ai quali egli sopravvisse. Fu pertanto indotto
ad adottare, nel 5 d.C. Tiberio
appartenente alla potente famiglia dei Claudi e figiio di primo
letto della seconda moglie Livia e a conferirgli riconoscimenti
istituzionali quali la potestà tribunizia e l'imperium
proconsulare maius associandolo al governo imperiale
e preparandolo ad accogliere la sua eredità.
L'impero:
le dinastie Giulio-Claudia e Flavia
Il regno di Augusto era stato caratterizzato
dal rispetto formale della costituzione repubblicana; d'altra
parte, il cumulo di poteri nelle mani del princeps aveva
posto le basi per una nuova realtà politica: I'lmpero.
I primi imperatori, Tiberio,
Caligola,
Claudio
e Nerone,
erano discendenti di Augusto, appartenenti alla dinastia Giulio-Claudia.
Alla morte di Nerone,
in un solo anno (69 d.C.), si succedettero ben 4 imperatori:
Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano.
Il passaggio dei poteri non avvenne per via legittima, ma fu
imposto dalla compagine sociale in quel momento più forte:
I'esercito (un precedente vi era già stato con Claudio).
Vespasiano,
che designò successori i figli Tito
e Domiziano,
affermando il principio della trasmissione ereditaria del potere,
apparteneva alla dinastia Flavia.
In questo primo periodo fu continuato
il processo di unificazione e romanizzazione dell'lmpero: si
diffuse in Occidente la lingua latina e si concesse con parsimonia
la cittadinanza romana ai provinciali.
Tutto ciò contribui alla fusione
tra i due universi culturali romano ed ellenico. In politica
estera furono protetti i confini stabiliti al tempo di Augusto.
Claudio
conquistò la parte meridionale della Britannia (44 d.C.),
dove sorse la città di Londinium, I'odiema Londra. Tito
conquistò Gerusalemme e la fece distruggere (70 d. C.).
La
dinastia Giulio-Claudia
Alla morte di Augusto il potere passò
a Tiberio,
suo figlio adottivo e figlio naturale di sua moglie Livia e del
prino marito Claudio Nerone
(per questo la dinastia si chiamò, oltre che Giulia, dalla
casata di Augusto, anche Claudia).
Tiberio si
era messo in evidenza nelle campagne militari contro i Germani.
Augusto lo aveva quindi richiamato in patria dandogli incarichi
di governo e raccomandandolo al senato come suo successore. Il
senato stesso lo proclamò imperatore, nonostante egli
avesse chiesto di potersi ritirare a vita privata.
In politica estera Tiberio
fece presidiare i confini settentrionali dal nipote Germanico
che sconfisse più volte i Germani (14-16).
Preoccupato della popolarità di
Germanico,
lo inviò in Oriente per affrontare i Parti e poi lo fece
probabilmente uccidere (19), perdendo il suo prestigio presso
il popolo. Tiberio
iniziò così una serie di persecuzioni nei confronti
dei suoi avversari e poi si ritirò a vita privata nella
sua villa di Capri. Affidato il potere a Seiano, prefetto
del pretorio, tornò a Roma e lo fece uccidere poiché
aveva tramato di usurpare il trono (31).
L'operato complessivo di Tiberio,
nonostante l'intensificazione delle repressioni, ebbe anche lati
positivi: lo Stato era in buone condizioni finanziarie, i confini
erano sicuri e il potere centrale era ormai ben solido. Tiberio,
morto nel 37, aveva segnalato come suoi successori i nipoti Gaio,
detto Caligola
(dai calzari militari, caliga, che era solito portare) e Tiberio.
Il senato, approvato dal popolo, acclamò
imperatore il primo poiché figlio di Germanico
che ancora godeva di molta popolarità. Il suo breve governo
(37-41) fu caratterizzato da atti di repressione nei confronti
dei suoi nemici e dalla scarsa considerazione data al senato,
manifestata tra l'altro con l'atto, passato alla storia, di aver
nominato senatore il proprio cavallo. Caligola,
nonostante gli atteggiamenti da sovrano orientale (pretese l'erezione
di un tempio in suo onore, l'inchino e omaggi divini), fu molto
popolare tra la plebe alla quale offriva giochi circensi ed elargizioni
di denaro e cibo (da cui l'espressione panem et circensem
"pane e circo", per intendere gli strumenti del controllo
sulle masse). Fu vittima di una congiura ordita dai pretoriani
(41) che posero sul trono suo zio Claudio.
Per la prima volta l'imperatore veniva
proclamato dai militari. Claudio
aveva sempre evitato la vita politica e poco sembrava adattarvisi
con il suo carattere timido e apparentemente debole. Il suo regno
fu invece positivo.
Rafforzò l'apparato burocratico
e lo affidò alla segreteria imperiale di cui facevano
parte anche alcuni liberti e ammise in senato anche cittadini
delle province, iniziandone il processo di assimilazione all'Impero
romano che si svilupperà con i suoi successori. In politica
estera conquistò la parte meridionale della Britannia
(44), dove sorse il primo nucleo della città di Londra
(allora Londinium).
La successione al trono fu costellata
da una rete di intrighi. Claudio
aveva avuto un figlio legittimo, Britannico, dalla prima
moglie Messalina.
In seconde nozze aveva sposato la nipote Agrippina
che aveva già un figlio, Nerone.
Per favorire il figlio, Agrippina
fece uccidere il marito e tramò perché il senato
esautorasse Britannico; nel 54 fu proclamato imperatore Nerone.
Questi appena diciassettenne, era sotto la tutela della madre
e di due esponenti del senato, Afranio Burro, prefetto
del pretorio e il filosofo Seneca,
suo precettore.
Ben presto Nerone
si liberò di Britannico, fece uccidere la madre
e mandò in esilio Seneca.
Alla morte di Burro governò circondato da seguaci fidati,
assumendo atteggiamenti da sovrano assoluto e mandando a morte
i suoi nemici. In politica estera ottenne un successo contro
i Parti e impose il protettorato di Roma sull'Armenia.
Nel 64 gran parte di Roma fu distrutta
da un incendio, da cui Nerone
prese pretesto per incolpare i cristiani (furono uccisi gli apostoli
Pietro e Paolo forse negli anni 66-67). Corse però
voce che Nerone
stesso avesse provocato l'incendio, per fare spazio al suo grande
palazzo , la Domus Aurea.
Il governo dispotico dell'imperatore,
unito alle spese per mantenere la sua fastosa corte e al suo
istrionico amore per l'arte drammatica e i giochi, gli inimicò
la nobiltà senatoria.
Nell'ultimo periodo di regno sventò
la congiura della famiglia dei Pisoni ed eliminò molti
oppositori aristocratici. Vittime illustri furono i letterati
Lucano Petronio e lo stesso Seneca
che si suicidarono. Inviso alla classe militare per aver fatto
uccidere il generale Corbulone Nerone
fu costretto a suicidarsi in seguito alla rivolta delle truppe
di stanza in Lusitania che proclamarono imperatore il loro comandante
Galba (68).
La
dinastia Flavia
Nel 69 si succedettero ben quattro imperatori.
Galba fu deposto dai pretoriani e sostituito da Otone;
questi fu a sua volta rovesciato da Vitellio, sostenuto
dalle truppe stanziate al Reno. L'esercito mandato in Oriente
a combattere la rivolta degli Ebrei proclamò imperatore
il proprio comandante Flavio Vespasiano
(con cui iniziò la dinastia Flavia). La politica di Vespasiano
fu centrata sul consolidamento delle finanze imperiali e sulla
disciplina dell'esercito.
Rinsaldò le frontiere, aumentando
il numero delle legioni stanziate in Siria e Giudea e annettendo
la Britannia settentrionale. Sotto di lui terminò la lunga
guerra contro gli Ebrei, con la distruzione della città
di Gerusalemme (70) da parte delle truppe di Tito,
suo figlio.
Tornato a Roma, nel 71 Tito
venne di fatto associato al potere dal padre, alla cui morte
ascese al trono. Durante il suo breve regno governò con
clemenza (Svetonio lo definì "delizia del genere
umano") e si occupò della costruzione di opere pubbliche
portando a compimento il Colosseo. Gli succedette il fratello
Domiziano
nell'81.
Questi, combattendo contro la popolazione
germanica dei Catti, occupò alcune regioni oltre
il Reno e le organizzò nelle nuove province della Germania
Superiore e Inferiore. Combatté, senza sconfiggerla, contro
la popolazione della Dacia (all'incirca l'attuale Romania)
governata dal re Decebalo, e rafforzò il dominio
romano in Britannia.
Riformò I'amministrazione delle
province controllando più strettamente l'operato dei governatori
locali. Fu inviso al senato per l'accentuazione da lui data agli
aspetti assolutistici del Principato e contro di lui furono organizzate
varie congiure. Fu vittima dell'ultima tra queste, ordita dai
prefetti del pretorio e dalla stessa moglie Domizia Longina
(96).
L'impero:
da Traiano a Diocleziano
Durante il ll sec. d.C., in seguito al
crescente processo di unificazione dell'lmpero, Roma perse la
sua centralità. Tutti gli imperatori del II sec., privi
di discendenza, scelsero come successori persone effettivamente
capaci, evitando contrasti interni e congiure di palazzo.
L'lImpero raggiunse in questo periodo
la sua massima estensione: Traiano
conquistò la Dacia e fece di tutta la Mesopotamia una
provincia romana. Adriano
rafforzò i confini della Britannia. Sotto Marco
Aurelio, invece, le tribù germaniche dei Quadi
e dei Marcomanni invasero l'ltalia; la pace fu firmata
da Commodo.
Dopo 42 anni di regno della dinastia
dei Severi, I'lmpero piombò per 50 anni in uno stato di
anarchia militare: si succedettero ben 21 imperatori.
L'economia entrò in crisi; tramontò la cultura
classica, sommersa da nuove dottrine filosofiche e dal diffondersi
del Cristianesimo. Diocleziano,
imperatore dal 284, cercò di risollevare le sorti dell'lmpero.
Da
Traiano a Commodo
Dopo la deposizione di Domiziano,
i congiurati proclamarono imperatore l'anziano senatore Cocceio
Nerva.
Nerva
restauro le finanze dello Stato, e diede inizio a quella politica
assistenziale verso le classi meno abbienti che caratterizzò
gli imperatori del II sec.
Nel 97 adottò, designandolo successore,
Traiano,
comandante delle truppe della Germania Superiore. Di famiglia
senatoria e di origine spagnola (primo imperatore non italico),
Traiano
divenne imperatore nel 98, alla morte di Nerva.
In politica estera, tra il 101 e il 105
combatté i Daci costringendoli alla pace e facendo della
Dacia una provincia romana. Tra il 114 e il 116 anche l'Armenia
e la Mesopotamia diventarono province romane.
Governò d'accordo con il senato
e promosse una serie di provvedimenti sociali tra cui l'abolizione
delle tasse arretrate per le province e l'istituzione di una
"cassa di risparmio" per i prestiti ai piccoli contadini.
Per suo volere furono costruite ingenti opere in Italia, Spagna
e Africa, tale attività, unita alle pesanti spese militari,
aggravò la situazione finanziaria.
Colpito da una grave malattia, Traiano
morì a Selinunte, in Cilicia, mentre era in viaggio verso
Roma. Il successore da lui designato fu il nipote adottivo Adriano.
Cosciente dei rischi connessi a una eccessiva
espanespansione dell'lmpero, Adriano
si decise a consolidare le conquiste del predecessore.
In Britannia, tra il 122 e il 127, fece
costruire il Vallo di Adriano, una fortificazione di 117
km, per difendere la provincia dalle incursioni dei popoli settentrionali.
All'interno dell'Impero favorì la colonizzazione delle
terre incolte e creò un efficiente corpo di funzionari.
Compì numerosi viaggi di ispezione,
cultura e piacere nelle diverse province dell'Impero. Tra il
132 e il 135 fece reprimere l'insurrezione ebraica di Simone
Bar Kocheba.
Cultore di filosofia, poesia e arte,
in cui espresse l'ormai compiuta fusione della cultura greca
con quella romana, fu tollerante nei confronti dei cristiani
e promosse la costruzione di molte grandi opere architettoniche.
Ad Adriano
successe, nel 138, Antonino Pio. Attento amministratore, concesse sgravi
fiscali, diede impulso al sistema stradale e all'edilizia. Praticò
con convinzione la religione tradizionale (da cui il soprannome
"il Pio"). All'estero rafforzò i confini facendo
costruire in Britannia il Vallo di Antonino.
Dopo di lui furono nominati imperatori
i fratelli Marco
Aurelio e Lucio Vero (161). Dal 165 i Parti
invasero la Siria, mentre i confini furono violati dalle tribù
germaniche dei Quadi e dei Marcomanni che furono
respinti, tra il 167 e il 168, dai due imperatori. Nel 169 Lucio
Vero morì e Marco
Aurelio restò unico imperatore.
Nel 175 dovette reprimere in Oriente
la rivolta di Avidio Cassio che si era fatto proclamare
inperatore. Tornato a Roma, celebrò il trionfo sui Germani
e associò al potere il figlio Commodo.
In politica interna Marco
Aurelio cercò l'appoggio del senato e, con un'accorta
politica finanziaria, riuscì a sostenere le forti spese
militari. Fu avverso ai cristiani e li perseguitò.
Uomo di cultura, seguace della filosofia
stoica, scrisse un'importante opera in 12 libri ("A se stesso").
Morì di peste (180) lungo la frontiera danubiana dove
era accorso per fronteggiare di nuovo i Germani. Commodo
salì diciannovenne al trono. Diversamente dal padre instaurò
una violenta repressione antisenatoria. Inviso alla classe militare
per aver patteggiato la pace con i Quadi e i Marcomanni,
fu vittima di una congiura ordita dal prefetto del pretorio Leto.
(192).
La
dinastia dei Severi
Alla morte di Commodo
gli succedette per breve tempo il generale Elvio Pertinace,
eletto dal senato. I pretoriani lo assassinarono e offrirono
il regno al miglior offerente, il senatore Didio Giuliano,
fino a quando l'esercito stanziato sul Danubio proclamò
imperatore il comandante Settimio
Severo.
Questi, in guerra contro i Parti, conquistò
Ctesifonte e ricostituì la provincia di Mesopotamia
(199-202).Per risanare la crisi economica interna, centralizzò
il sistema delle corporazioni, controllate direttamente dallo
Stato, e dimezzò la quantità di argento nelle monete
per emetterne una quantità maggiore.
Alla sua morte furono nominati imperatori
i suoi figli Caracalla
e Geta che fu assassinato dai pretoriani. Caracalla
tentò di conquistare consenso con una politica espansionistica
(buoni risultati contro gli Alamanni nel 213) e facendosi oggetto
di esaltazione religiosa. Con un importante Editto, la Constitutio
Antoniniana, nel 212 concesse la cittadinanza romana
a tutti gli abitanti dell'Impero. Morì in seguito a una
congiura ordita dal prefetto del pretorio Macrino,
che gli succedette (217).
Deposto Macrino
da una congiura militare, il potere tornò ai Severi con
il giovane Eliogabalo.
Sacerdote in Siria del dio solare El Gabal, dedicò
ogni energia a promuovere la propria religione. Ucciso dai pretoriani
nel 222, gli succedette il cugino Alessandro Severo il
quale cercò di conciliarsi il senato ma, per il suo atteggiamento
pacifista, fu avversato dai militari, che lo uccisero nel 235.
Da
Massimino a Diocleziano
I militari elessero imperatore il centurione
Massimino
(primo imperatore di umili origini). Dopo di lui, ucciso da una
cospirazione del senato, tra il 238 e il 284 (periodo detto dagli
storici anarchia militare), il potere passò tra
le mani di 21 imperatori di cui 19 perirono assassinati. Lo Stato
era vicino al tracollo: gruppi di Germani, tra cui i Goti varcavano
i confini, a Oriente premeva la dinastia dei Sassanidi, discendenti
dei Persiani.
Durante il regno di Gallieno
(253-268), alcune regioni, organizzatesi autonomamente pur rimanendo
fedeli all'lmpero, riuscirono a contenere l'avanzata nemica.
Le frontiere furono ristabilite al Reno e al Danubio.
L'anarchia militare di questo periodo
fu arrestata dai cosiddetti imperatori illirici (tutti nativi
della Dalmazia), i quali furono tutti valenti soldati, fautori
della più rigida disciplina e fedeli all'ideale di Roma.
I principali fra essi furono Claudio
II, soprannominato il Gotico (268-270) per le sue vittorie
sui Goti e gli Alamanni.
Aureliano
(270-275) che continuando l'operato del suo precedessore cinse
Roma di una poderosa cerchia di Mura (Mura Aureliane).
Probo (276-282) e Caro (282-283) che
continuarono a difendere l'Impero contro le sempre più
frequenti irruzioni dei barbari.
La ripresa definitiva si ebbe con Diocleziano.
Imperatore dal 284, divise il potere con il commilitone Massimiano
a cui affidò il compito di governare l'Occidente. Sedi
degli Augusti erano Nicomedia e Milano, capitale d'Occidente
fino al 404 d.C.
Domata una ribellione in Egitto, Diocleziano
si dedicò alla riorganizzazione dell'lmpero. Ripartì
il territorio in 12 diocesi che comprendevano più province.
Tentò di consolidare le finanze stabilendo un tetto a
salari e prezzi e imponendo un regime di doppia tassazione, sulla
proprietà fondiaria e sulla persona.
Nel 293 creò la cosiddetta "tetrarchia"
in base alla quale il potere fu ripartito tra due "Augusti",
lui e Massimiano,
e due "cesari", nella veste di successori
designati, Galerio e Costanzo Cloro. In questo modo veniva
inaugurata l'epoca del dominato (da dominus, signore).
Nel 303, di fronte all'opposizione suscitata dal rilancio del
carattere divino del I'imperatore, emanò una serie di
editti di persecuzione con tro i cristiani. Nel 305, malato,
depose il potere con Massimiano
a favore dei Cesari.