Cartagine
Cartagine fu, all'origine, uno dei numerosi empori fondati lungo le costo dell'Africa settentrionale dai Fenici. La sua fondazione sarebbe avvenuta, secondo la data tradizionale (discussa peraltro dagli studiosi moderni in base ai ritrovamenti archeologici), nell'814 a.C., a opera di Tiri e Ciprioti, guidati da Elissa (chiamata dai Latini, Didone), sorella del re Pigmalione e fuggiasca da Tiro dopo che il re le ebbe ucciso il marito.
La città fu costantemente in rapporto con Tiro e per un certo tempo versò anche una decima al tempio del dio Melqart, ma se mai vi fu realmente un legame di dipendenza dalla madrepatria, questo fu sciolto in seguito alla decadenza e distruzione di Tiro per opera di Alessandro 332)
Il predominio cartaginese sugli altri empori fenici e in genere, sulle coste del Mediterraneo occidentale, si affermò progressivamente a cominciare dal Vll sec., soprattutto per iniziativa della ricca famiglia dei Magoni.
Nel 654 circa venne stabilita una colonia nelle isole Pitiuse e, con l'aiuto degli Etruschi, poco più di un secolo dopo, furono battuti i rivali Focesi di Corsica nella battaglia navale di Aleria [Alalia] (540 a.C.).
Nei secoli Vl e V il commercio cartaginese pose solide basi sulle coste di Spagna, nelle Baleari e in Sardegna. In rivalità con i Greci stanziati nell'ltalia meridionale, nella Sicilia, nella Corsica e in Liguria, i Cartaginesi s'installarono nella parte occidentale della Sicilia, soprattutto a Palermo e a Motia. Nel 480 il contrasto si tramutò in un conflitto armato, in cui una spedizione cartaginese fu battuta a Imera dalla coalizione delle due potenti città greche di Siracusa e Agrigento.
Nella seconda metà del V sec. a.C. Cartagine sembrò ripiegarsi su se stessa, e all'imperialismo mercantile dei Magoni si sostituì un'espansione verso l'interno del Maghreb, dove furono create grosse aziende agricole; dalla mescolanza con gli indigeni libici uscì la numerosa e attiva popolazione dei Libofenici. La lotta contro i Greci riprese attivamente alla fine del secolo con varia fortuna, soprattutto quando Siracusa esercitava un largo predominio con il tiranno Dionigi. Se Selinunte, Imera, Agrigento furono saccheggiate o distrutte, Motia fu vittima di gravi rappresaglie. La conclusione fu un accordo (374), che riconosceva ai Cartaginesi il possesso della Sicilia a ovest del fiume Alico (Platani).
I loro tentativi di conquistare l'isola furono successivamente frustrati da Timoleonte, che aveva instaurato la democrazia in Siracusa, e da Agatocle, che vi aveva restaurato la tirannide. Questi, con la sua ambizione di conquista e il suo spirito di avventura, rappresentò per Cartagine in un certo momento, nonostante le sconfitte subite, un pericolo mortale: infatti, nel 310 a.C., riuscì a sbarcare sulle coste dell'Africa e a minacciare la città stessa. Dopo che egli scomparve, senza che nessuno ne continuasse l'opera, Cartagine poté sperare di conquistare l'intera Sicilia, ma trovò un grave ostacolo prima in Pirro, venuto in soccorso di Siracusa (278-276), poi nel tiranno Gerone, che aveva ottenuto l'alleanza dei Romani (270).
Da allora, per più di un secolo, si svolse un vasto conflitto che oppose Cartagine a Roma. Questa, che aveva esteso il suo dominio su tutta l'Italia, aveva occupato Reggio di fronte a Messina, dove i Cartaginesi mantenevano una guarnigione. Fino allora le relazioni tra le due città erano state abbastanza buone e più di un accordo era stato stipulato, sia per definire i limiti delI'espansione commerciale (509 e 348), sia per determinare la sfera d'influenza politicomilitare (306 e 278). Ma l'occupazione di Reggio significò la lotta per il dominio dello stretto di Messina e per il libero accesso ai mercati di grano della Sicilia.
Una richiesta d'aiuto dei Mamertini di Messina a Roma provocò l'intervento e lo sbarco di Appio Claudio (264 a.C.) e la conseguente reazione cartaginese. Ebbe inizio così la prima guerra punica, durante la quale l'armata cartaginese, costituita da mercenari, rivelò la sua inferiorità, mentre la flotta romana, benché improvvisata, operò in modo mirabile.
I Romani occuparono Agrigento, riportarono la vittoria navale di Milazzo, subirono uno scacco dinanzi a Palermo quindi sbarcarono in Africa (256), dove il loro comandante, il console Attilio Regolo, fu nettamente sconfitto. Ma Cartagine non ne seppe trarre profitto e, dopo la disfatta navale delIe isole Egadi (241), fu costretta a trattare la pace: essa abbandonava la Sicilia e pagava una forte indennità. Alla fine della lunga guerra, che aveva esaurite le sue finanze, Cartagine si trovò di fronte al malcontento dei mercenari, inaspriti dal mancato pagamento dello stipendio, e poi alla loro rivolta senza quartiere. Questa fu domata a stento da Amilcare e soprattutto da Annone, aiutato dalla cavalleria numida del principe Naravas e, in parte, anche dai Romani, che pure, da principio, l'avevano incoraggiata. I mercenari furono rinchiusi in una stretta gola e il loro capo Mathà suppliziato. Negli anni di respiro che seguirono, Amilcare Barca riprese l'antica politica di espansione commerciale in terre lontane, occupando la parte meridionale della Spagna, dove fondò Akraleuke (Alicante) e promosse lo sfruttamento delle miniere d'argento di Tartesso (in Andalusia). Asdrubale, della medesima famiglia dei Barca, continuò la sua opera fondando Cartagena (226-225). Alla sua morte il giovane Annibale figlio di Amilcare, a capo dell'esercito iberico, proseguì la politica paterna con una progressiva espansione verso il Nord della Spagna (presa di Sagunto, alleata di Roma, 219 a.C.) e verso la Gallia, e con il proposito, ben presto evidente, di una guerra di rivincita contro Roma. I suoi progressi minacciavano gli interessi dei commercianti greci di Marsiglia e preoccupavano pure i loro alleati romani.
La seconda guerra punica scoppiò nel 218. Annibale passò l'Ebro, poi i Pirenei e le Alpi con il suo esercito e i suoi elefanti, batté i Romani al Ticino (218), alla Trebbia, al Trasimeno (217) e a Canne (216), atterrì Roma avvicinandosi alle sue stesse mura; ma non poté sollevare contro di essa, se non in parte, gli alleati italici, e questa fu una delle cause determinanti del suo insuccesso finale. I Romani, a loro volta, portarono la guerra in Spagna, occupando l'Andalusia, e, più tardi, addirittura in Africa. Scipione l'Africano, con la sua geniale e audace strategia militare e la sua abilità politica, seppe trar profitto dall'ambiguo atteggiamento dei capi numidi Siface e Massinissa, e pose rapidamente fine alla guerra, battendo a Zama (202).
Annibale richiamato dall'ltalia. Cartagine dovette sottostare a gravi imposizioni finanziarie, alla perdita dei suoi possedimenti fuori dell'Africa e alla vicinanza del regno di Massinissa, alleato di Roma Ma si riprese alcuni anni ·topo, riacquistando la sua prosperità economica, sotto l'impulso di Annibale Questi però ben presto dovette interrompere la sua opera e fuggire dalla patria, per le mene politiche dei suoi avversari aristocratici e la persistente ostilità dei Romani.
Mezzo secolo più tardi Roma ritenne prudente prevenire ogni ulteriore progresso della città punica e seguire l'ammonimento del vecchio Catone che bisognava distruggerla (delenda Carthago).
Nella terza guerra punica (149-146), Cartagine subì un assedio di quasi tre anni: L'assalto finale alla cittadella (Birsa) si svolse tra feroci combattimenti per le strade e un terribile incendio di cui Appiano ci ha lasciato una descrizione drammatica. La presa della città fu seguita dalla distruzione sistematica (146 a.C.). A Roma stessa non tutti avevano approvato tanto rigore, ma di fatto soltanto con la distruzione scompariva il timore di Cartagine.
Civiltà.
Poco incline alla speculazione e mediocre nel campo della creazione artistica, la società cartaginese dedicò le sue forze soprattutto alle attività pratiche e mercantili Erede della rete commerciale degli empori fenici in Occidente, seppe estenderla e valorizzarla, venendo a transazione con le grandi città rivali e annientando quelle piccole La politica dello Stato cartaginese era interamente subordinata alla conquista del monopolio dei commerci, che poggiavano soprattutto sul traffico delle merci rare di paesi lontani (oro del Marocco, argento della Spagna, stagno della Cornovaglia, ambra del Baltico, avorio e schiavi dell'Africa).
La stessa prospera industria nazionale forniva parecchi manufatti di scambio: tessuti di porpora e stoffe ordinarie, gioielli, vasellame, armi. La falegnameria pure godeva di una certa reputazione. Il sistema di pagamento fino al IV sec. fu di norma il baratto: poi si introdusse nelle transazioni l'uso della moneta; infine Cartagine batté moneta propria, di tipo fortemente ispirato a quello delle colome greche.
Nel V sec. due spedizioni (peripli) fecero conoscere mercati lontani, al di là dello stretto di Gibilterra. Annone, partito con sessanta vascelli, fondò alcune colonie sulla costa oceanica del Marocco e raggiunse probabilmente il golfo di Benin (Camerun); Imilcone esplorò la via dello stagno, spingendosi, forse, fino all'lrlanda.
Il retroterra di Cartagine non fu mai molto esteso, ma l'aristocrazia punica seppe fondarvi aziende agricole che formavano l'ammirazione dei Greci e dei Romani. L'arboricoltura era assai curata (olin e viti), abbondante il bestiame bovino e ovino ed evoluta la tecnica agricola Gli antichi attribuivano ai Cartaginesi l'invenzione di parecchi attrezzi rurali, e i Romani dalla biblioteca della distrutta Cartagine presero come opera di pregio il solo trattato di agricoltura di Magone.
Dedita soprattutto agli affari e ai commerci, Cartagine era governata da un'oligarchia di ricchi mercanti, che dirigevano la politica in funzione dei loro interessi. E' assai dubbio che all'origine fosse retta da re, scelti nella famiglia dei Magoni; in epoca storica la sua costituzione era quella di una repubblica aristocratica retta da due suffeti (shofet, giudice) eletti annualmente da un Maggior consiglio di trecento membri, nominati a vita con poteri legislativi, e dai Minori consigli dei Trenta e dei Dieci, con funzioni amministrative.
A porre un freno all'ambizione delle famiglie troppo potenti e a impedire ogni tentativo di tirannide fu istituito nel V sec. il tribunale dei Centoquattro alta corte di giustizia con pieno potere di indagine e di giudizio sulla condotta dei generali e dei magistrati, compresi i suffeti.
Al tempo delle guerre puniche questo sistema oligarchico parve aver perduto molta della sua solidità. L'assemblea del popolo infatti, che fino allora non aveva partecipato al governo della città se non in occasioni eccezionali, fu chiamata come arbitra dei conflitti tra i suffeti e il senato. Generalmente però la plebe, che pur doveva essere numerosa e talora in rivolta, sottostava alI'autorità delle grandi famiglie. La società cartaginese, costituita originariamente da Fenici, divenne ben presto cosmopolita; ma la sua civiltà e i suoi costumi conservarono una forte impronta orientale, che si manifestava nell'interesse per i profitti materiali, nell'aspetto delle folle vestite di ampie tuniche e con copricapo a forma di calotta, nella religione rimasta fondamentalmente fenicia.
Le donne abusavano di cosmetici e di profumi e portavano spesso un velo, ma niente permette dí pensare che esse vivessero relegate in una condizione di inferiorità rispetto all'uomo e nemmeno che fosse praticata la poligamia La fama di perfidia dei Cartaginesi può essere dovuta ai Romani; ma la loro crudeltà non puè essere messa in dubbio: ne sono significativa testimonianza i trattamenti inflitti ai mercenari e la consuetudine dei sacrifici umani.
La religione punica era un misto di superstizione e di barbarie. Gli dei onorati a Cartagine erano soprattutto Baal Hammon, il dio supremo, Melqart, « signore della città », assimilato a Eracle Tanit (Astarte), dea della fecondità e della natura, identificata più tardi con Iuno caelestis; Eshmun, divinità della medicina. Baal Hammon, il cui nome ricorre sovente sulle stele votive associato a quello di Tanit, era onorato con sacrifici di fanciulli. La realtà di questo rito terribile, a lungo discussa, è ormai provata dalla scoperta nel tophef (luogo di sacrificio) di Tanit, situato a Salammbò, a sud della città, di molte migliaia di urne contenenti le ossa calcinate di bambini di età fra alcuni mesi e dodici anni. Il sacrificio del primogenito sarebbe stato il tributo dovuto, come quello delle primizie delle messi e della vendemmia. Il sacrificio, detto milkomor, in cui al bambino era sostituito un agnello, si diffuse in epoca tarda, ma l'offerta di vittime umane persistette anche in epoca romana, nonostante fosse proibita per legge.
I Cartaginesi non davano forma umana ai loro dei. Li evocavano per mezzo di simboli astratti, come il simbolo di Tanit impresso su tutte le stele e il cui disegno schematico è difficile a spiegarsi. Il clero era solidamente organizzato su basi gerarchiche e veniva praticata la prostituzione sacra. I morti erano onorati con un culto accuratamente stabilito. All'uso dell'inumazione, esclusivo fino al V sec., si accompagnò in seguito, sotto l' I'influsso dei Greci, quello dell'incinerazione. I resti erano deposti in tombe molto profonde la cui via d'accesso, all'origine, veniva coimata. In seguito le camere funerarie singole perdettero le loro grandi proporzioni, divennero anche collettive e s'affondarono meno nel terreno. Accanto ai morti, nel sepolcro, erano posti oggetti loro usuali e amuleti. Le credenze, pertanto, dei Cartaginesi riguardo all'aldilà non differivano fondamentalmente da quelle del resto del mondo antico. Nel IV sec. a.C., ancora sotto l'influsso greco, Cartagine adottò il culto di Demetra e di Core, che, sincretizzato con quello di una qualche divinità agreste locale, persistette vigorosamente nell'Africa romana.
La storia della civiltà di Cartagine presenta un'alternanza di influssi ellenici e di irrigidimenti nazionalistici, o, meglio, di ritorni alla tradizione propriamente punica, in cui gli elementi fenici difficilmente si possono separare da quelli libici. Nelle arti I'influenza ellenica si fa sentire, unitamente a quella dell'Egitto, nei secoli VlI e Vl; nel V sec., invece, si manifesta una reazione in senso nazionalistico, nell'arte come nella religione, mentre nel IV sec. ha il sopravvento I'ellenismo. Poco capaci di esternare in forme concrete le loro aspirazioni spirituali ed erèdi per tradizione di una civiltà aliena dalla raffinatezza, dal lusso e, senza dubbio, dalla pratica del mecenatismo. I Cartaginesi furono per lo più sotto l'influsso delle creazioni dei popoli politicamente loro avversi e commercialmente loro concorrenti.
Ciò non impedì a Cartagine di trasmettere qualcosa di sé ai popoli sottomessi al suo dominio: ha lasciato la sua traccia a Malta e in Sardegna, ha comunicato ai Numidi tecniche e credenze, sono rimaste dopo la caduta, vestigia durevoli; Baal è sopravvissuto, col nome di Saturno, in tutta l'Africa romana. La lingua punica stessa, dialetto fenicio, sembra essersi mantenuta per un certo tempo, ma è dubbio che essa sia stata ancora in uso nelle campagne durante il Basso Impero.